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Cellulare e oralità secondaria
di Sabrina Costantini
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Nella pratica clinica si riscontrano sempre più nuove forme di dipendenza senza sostanze, quali la dipendenza da Internet (IAD, Internet addition disorder), da shopping (shopping compulsivo), da sesso, da lavoro (work addiction), da cellulare, ecc. La dipendenza da cellulare è senza dubbio, una delle più frequenti e invasive relazioni d’abuso, connesse con un oggetto. L’apparente innocenza del cellulare in sé, lo rende ancora più insidioso. Infatti, le droghe (naturali, di sintesi) e l’alcool rappresentano in modo più visibile ed esplicito un pericolo, una piaga da sconfiggere, un danno per il corpo e per la mente. Al contrario il telefonino non è un’arma, è il frutto della tecnologia, è ormai nelle tasche di tutti, è una grande risorsa! La sua pericolosità e l’abuso, sono ben mascherati e inattesi (per maggiori informazioni consulta "Rete nuove dipendenze patologiche".
La diffusione del cellulare, ha reso possibile in tutte le fasce d’età, la nascita di un modello nuovo di comunicazione. Appare sempre più come mezzo utile per conoscere gli altri e ancora di più, ne emerge l’importanza simbolica. E’ uno strumento che consente il continuo collegamento con gli altri, rappresenta dunque il mezzo di salvataggio psicologico, contro la solitudine e l’angoscia da isolamento (Santilli).
Definisce la propria identità, accrescendo autostima e considerazione di se stessi, infatti ricevere un SMS fa sentire “importanti per qualcuno”. Favorisce l’identificazione tra coetanei e rende la comunicazione più agevole.
Già da queste prime considerazioni, ci rendiamo conto dell’importanza e del valore fornito a questo oggetto, che senza dubbio ha evidenti utilità, ma nello stesso tempo è troppo spesso usato e abusato, a tal punto da creare una vera e propria dipendenza. La dipendenza senza sostanza è molto insidiosa, perché meno riconoscibile, meno consolidata nel quadro epistemologico-diagnostico, più negata dal soggetto stesso e quindi meno trattabile con mezzi terapeutici.
Non di meno, la dipendenza da cellulare produce le stesse conseguenze delle tossicodipendenze: impossibilità di resistere all’impulso di compiere quel dato comportamento (telefonare, “messaggiare”, ecc.), crescente tensione nel momento precedente l’inizio dell’atto, tentativi ripetuti e falliti di ridurre, controllare o eliminare la condotta di dipendenza, reiterazione del comportamento anche di fronte alla consapevolezza della sua dannosità, bisogno di aumentare l’intensità o frequenza (tolleranza), agitazione o irritabilità, in caso di impossibilità di effettuare quel comportamento (astinenza).
La dipendenza da cellulare, come le altre forme di dipendenza, è un disturbo del controllo degli impulsi, manca cioè la padronanza dei propri impulsi, non si è in grado di resistervi, si deve compiere a tutti costi quell’atto. L’oggetto fonte di dipendenza, diventa esclusivo o prevalente tema di attenzione e pensiero. La gran parte della giornata è dedicata al suo utilizzo o a pensieri ad esso connessi, portando l’individuo a maneggiare il telefonino per combattere il cattivo umore e la solitudine, da cui l’irascibilità conseguente all’astinenza.
Come avviene nelle dipendenze da droghe, anche in questo caso la relazione idilliaca con l’oggetto, costituisce solo una fase iniziale, la cosiddetta “luna di miele” del tossicomane. All’inizio l’oggetto (cellulare, droga, alcool, ecc.) costituisce fonte di euforia, piacere e benessere intenso, innalzando adrenalina e serotonina, successivamente quest’effetto svanisce. Non solo è necessario aumentare quantità e/o frequenza, per ottenere lo stesso effetto, ma col trascorrere del tempo, la condotta tossicomanica non procura più piacere, ma è indispensabile per creare una condizione di stabilità, ovvero per lenire l’angoscia da assenza. Si instaura appunto una dipendenza, la sostanza o l’oggetto diventano indispensabili per poter continuare le proprie attività quotidiane. Lo stadio finale è rappresentato dalla perdita di interesse o dalla trascuratezza delle normali attività quotidiane, ad esempio l’utilizzo del cellulare durante le lezioni, come distrattore dallo studio, dal lavoro e dalle relazioni reali. La propria vita “sembra andare in pezzi” se non si riceve quella data telefonata, se nessuno chiama, se non si ottiene la risposta a quell’SMS.
Le persone sono ossessionate e questo lo si può osservare senza fatica dovunque ci si giri, le conversazioni sono spesso interrotte da squilli o dal controllo di chiamate, per strada si vedono sempre più persone impegnate a telefonare o “messaggiare”, in definitiva, qualsiasi cosa viene fatta, telefonando: mangiare, guidare, stirare, leggere, studiare, lavorare, ecc. Il risultato consiste nel perdere di vista quello che si sta facendo e la passione, la dedizione, l’attenzione necessaria per portarlo avanti. Nello stesso tempo si procede in una pseudoconversazione, dove non c’è attenzione esclusiva, dove manca la persona, quindi l’ascolto totale e la comunicazione completa.
Nessun altro strumento di comunicazione prima, ha invaso la società in modo così vasto e rapido, tale da diventare indispensabile o da pensare che lo sia. Le conseguenze però sono altrettanto vaste e importanti. In uno stato come la Corea del Sud, dove sono presenti molti produttori e quindi una grande distribuzione, almeno il 30% della popolazione studentesca presenta sintomi connessi con paranoia e ansia, nei momenti in cui si allontana dal telefonino. Analogamente, in una ricerca condotta alla Rutgers University del New Jersey (Santilli), veniva chiesto a 220 studenti di mantenere spento il cellulare per tre giorni. Il risultato: soltanto tre di loro sono riusciti a superare la prova, gli altri hanno manifestato reazioni di panico.
Nello specifico del nostro paese, vediamo che l’Italia si collocava al primo posto in relazione al tasso di diffusione della telefonia mobile: il numero degli abbonati supera quello degli abitanti stessi! Il 38% inoltre, utilizza il cellulare al posto del telefono fisso.
La diffusione patologica del cellulare, non esclude le fasce di età più giovani, infatti da uno studio del CNR (Centro Nazionale delle Ricerche) sulle tecno-dipendenze (Chicchiarelli), emerge che un ragazzo su cinque soffre di disturbi del comportamento, derivati dall’uso spropositato della tecnologia (internet, videogiochi e cellulari in prima linea). Su un campione di 2200 studenti delle scuole superiori, ben il 22% soffre di disturbi psichici e comportamentali. Tale risultato è imputabile ad un doppio fattore, da una parte ad un attaccamento quasi maniacale all’oggetto tecnologico, con un atteggiamento eccessivamente imersivo, dall’altra al trascorrere molte ore in isolamento, occupandosi in svaghi, che non offrono contatti con altre persone.
Una recente ricerca ci fornisce un quadro esaustivo sui dati (Centro studi Minori e Media; Ribecco). L’indagine è stata condotta su un campione di 2264 minori, con focus su quelli di media inferiore (45,6%), toccando anche elementari (17,7%), e medie superiori (24,3% del biennio e 12,4% del triennio) e su 1541 genitori. Il campione è stato ricavato da 20 città di 10 regioni italiane.
Dalla ricerca emerge che, fra i bambini delle scuole elementari, otto su dieci possiedono un cellulare, tra i ragazzi delle scuole superiori la percentuale sale ulteriormente, soltanto 6 di loro su un campione di 827 non lo possiedono. Complessivamente fra i bambini tra gli 8 e i 14 anni 84,4% possiedono un cellulare. Inoltre, nonostante la normativa, la maggior parte lo tiene acceso a scuola (40%), per arrivare al 80% nel triennio delle superiori. Il 30% dei ragazzi scarica da Internet immagini da mettere sul cellulare e più della metà ha visto su You Tube o altri siti, video girati a scuola con il cellulare, percentuale che arriva al 70% alle superiori. Inoltre, solo il 32% lo spegne prima di andare a letto.
Relativamente all’importanza di questo strumento nella vita relazionale degli adolescenti, emerge che, per un terzo circa degli intervistati, costituisce un mezzo utile per fare nuove amicizie (il 32% dei maschi e il 25% delle femmine) o consolidare quelle esistenti, in questo caso prevalgono le ragazze. Oltre la metà telefona almeno un’ora al giorno, le ragazze inoltre amano maggiormente inviare SMS. Il 15% usa il telefonino per fare video o foto da mandare in rete e l’85% del campione è consapevole che tale condotta, senza il consenso della persona filmata, costituisce un reato (Consorzio Parsifal).
Andando avanti con i dati, osserviamo che, l’età media di acquisto del primo telefonino è scesa a 10-11 anni, il 20% degli intervistati arriva a possedere due o tre telefonini e ancora più incredibile, una parte di loro ha avuto il primo cellulare all’età di quattro anni! Infatti, solo l’8,2% usa un telefonino di seconda mano, la maggior parte ne possiede almeno uno proprio. Il costo dell’apparecchio poi, va in media sui 135 Euro per i più piccoli, fino a 200 Euro per i ragazzi del triennio. La spesa mensile delle ricariche si aggira sui 20-50 Euro fino alle superiori, crescendo con l’età, il 20% del biennio supera i 50 Euro, ma a spendere la stessa cifra è anche il 9%, dei bambini delle elementari.
Osserviamo adesso la motivazione addotta dai genitori per l’acquisto del cellulare per i figli, il 50% lo ritiene fondamentale per la sicurezza personale, il 30% lo ritiene uno strumento utile per comunicare con loro in ogni momento, solo il 2,7% lo acquista perché “lo possiedono tutti i coetanei”.
Relativamente ai servizi a sovrapprezzo e quelli a contenuto sensibile, il codice di condotta degli operatori telefonici prevede la possibilità d’accesso, solo su richiesta dei genitori. Ma, i nuovi telefonini hanno già questi servizi attivi ed il genitore che dovrebbe inibirli, spesso lo ignora e comunque, fra quelli che ne sono consapevoli, solo il 43% lo fa. Dobbiamo ricordare infatti che, nel nostro paese esiste ancora un alto analfabetismo informatico ed i genitori, che dotano i figli di strumenti legati alle nuove tecnologie, non sempre sono in grado di esercitare un controllo adeguato rispetto al loro corretto utilizzo. Nel nostro paese per legge nessun minore di 18 anni può essere intestatario di un contratto telefonico, ma si possono attivare SIM card dai 16 anni, con la presentazione di un documento d’identità. Generalmente è il genitore che stipula il contratto per conto del figlio, che poi lo utilizzerà. (Alice cellulari).
Una questione ancora aperta e assai importante inoltre, è rappresentata dalla nocività delle onde emesse dal cellulare. Ricordiamoci che nei minori la scatola cranica non è del tutto formata, il sistema nervoso non è sviluppato e le radiazioni penetrano maggiormente e più facilmente, nel loro cervello. Oggi in effetti, esistono telefonini a bassa emissione di radiazione (il limite raccomandato dal consiglio dell’Unione Europea è pari a 2,0 W/kg), molti apparecchi sono al di sotto di questa cifra (0,2 W/kg), studiati appositamente per minori, pochi tasti con numeri memorizzati, blocco a chiamate e a collegamenti vietati, supportati da design accattivanti e intrattenimenti incorporati. Nonostante ciò, i ragazzi e anche i bambini preferiscono telefonini più evoluti, possibilmente dotati di fotocamera. Secondo la Doxa, l’82% scatta fotografie e il 71% manda MMS.
Un’altra problematica a cui spesso si lega il cellulare, è rappresentata dal bullismo (Ecplanet), abbiamo già accennato alle percentuali dell’utilizzo di foto e video, che in una certa percentuale avviene in modo illegale, improprio e violento. Il 30% dei ragazzi dichiara di usare internet proprio per scaricare file da mettere sul cellulare e il 70% conosce You Tube e guarda video girati a scuola (Youmark).
Alcuni dati di cronaca, sono esemplificativi di quanto avviene attraverso questo strumento (Ecplanet). Nel novembre 2006, nel Veneto e a Como è stata data una svolta, sospendendo un’intera classe, per uso di cellulare durante le lezioni e uso improprio, come atti di bullismo. All’Istituto agrario Kennedy di Monselice, è circolato un filmato (registrato con cellulare e diffuso in rete), che ritrae un docente sbeffeggiato dagli studenti di una terza. Analoga vicenda a Como. A Bressanone, viene colpito ripetutamente un insegnante di religione. A Brindisi, sesso per finta, filmato in aula e ancora: tre ragazzi tra i 14 e i 15 anni accusati di violenza privata e lesioni, per aver bloccato un coetaneo e simulato su di lui atti sessuali, ripresi e trasmessi.
La classifica della polizia è assai chiara, al primo posto troviamo il Regno Unito, al secondo la Francia e al terzo l’Italia. Nell’analisi delle condotte antisociali in Gran Bretagna, emerge che i disabili sono le vittime preferite. Nel 2006, il commissario per i diritti dei minori ha dichiarato che quasi ogni bambino inglese, è soggetto ad episodi di bullismo. In Francia, analogamente, non passa giorno senza notizie di violenza. In Germania sussiste l’incubo della “baby gang”, quasi un terzo degli studenti ha paura di finire vittima di aggressioni, sono infatti frequenti violenze e pestaggi. In Spagna, le denunce di bullismo si moltiplicano giornalmente, vittime di tali atti, non solo i coetanei ma anche i docenti. In Italia, due esempi fra tutti: a Torino studente autistico viene maltrattato dai compagni, per essere ripreso e trasmesso su internet. Ancora in rete possiamo vede un professore, minacciato con una pistola alla tempia, da uno studente. Ma ancora a Livorno adolescenti facevano sesso di gruppo e filmavano la scena, “né violenze né commerci: volevano divertirsi”.
In tutta Europa dunque, assistiamo all’ultima generazione di bulli, che filma tutta la vergogna e l’umiliazione della vittima, per mandarla in rete. Un bambino contro l’altro, il forte contro il debole, meglio se disabile. Sembra in primo piano, proprio la prevaricazione e la vittoria del più forte, o di chi è ritenuto tale.
Da questi dati, emergono diverse informazioni importanti. Innanzitutto, come osserva Laura Sturlese, presidente del Centro Studi Minori e Media, il primo obiettivo evidente risiede nella sensibilizzazione e attivazione dei genitori.
Vediamo infatti, che i minori vengono lasciati molto soli di fronte ai mezzi tecnologici. Spesso si parla della loro competenza, ma si fraintende cosa questo, realmente significhi. I minori possiedono senza dubbio un’alta competenza in materia tecnologica, superando quasi sempre le generazioni precedenti. Non dimentichiamo però, che continuano ad essere bambini ed adolescenti e mancano della “competenza” o maturità emotiva, relazionale, psichica e comportamentale, che permetta loro di avere coscienza e consapevolezza piena delle proprie azioni.
Nel caso del cellulare, la cosa si complica ulteriormente, perché sembra che anche gli adulti siano carenti di piena coscienza e consapevolezza, proprio per la sua alta diffusione e pericolosa dipendenza, che toglie esame di realtà e chiarezza.
Dai dati citati infatti, non solo manca il riconoscimento della pericolosità del mezzo, ma anche quando questa sussiste, non ci sono condotte appropriate, come nel caso dei numeri speciali e a sovrapprezzo, ecc. Osservando inoltre le motivazioni che inducono a fornire i figli di tale strumento, siamo portati a pensare ad una sorta di “cordone ombelicale”, come definito dalla Sturlese, che lega le due generazioni.
I genitori dunque, faticano molto a lasciar andare i figli e a permettergli un’adeguata separazione. E’ una situazione paradossale, da una parte non li proteggono a sufficienza e non gli forniscono sufficienti strumenti di autodifesa dal mondo (derivata dalla consapevolezza), dall’altro li legano materialmente e fisicamente a sé, negando la separazione e la posticipazione della conoscenza. In assenza di ciò, si crea uno sviluppo zoppo, carente di fiducia, consapevolezza, capacità di posporre la comunicazione e la soddisfazione di qualsiasi desiderio e bisogno, in definitiva un’identità instabile e fragile.
Il telefonino infatti, accorcia i tempi ed i luoghi, si può comunicare con chiunque in qualsiasi momento, senza dover aspettare di arrivare ad un telefono fisso, che impone anche un limite temporale (del quando chiamare ma anche quanto chiamare). Pensiamo semplicemente ad una persona che sta tornando da un viaggio e che prima di ripartire in auto o in treno, avvisa attraverso una cabina telefonica, che sta per arrivare e che ha molte cose da raccontare. Immaginatevi tutta l’attesa, la tensione, l’eccitazione, l’incertezza, i dubbi, l’attivazione della fantasia, per colmare questo tempo di separazione, da parte di entrambe le parti. Tutto ciò ha un duplice effetto: sullo sviluppo emotivo e dell’identità, perché si impara a tenere e trattenere le proprie emozioni, senza scaricarle immediatamente e sullo sviluppo cognitivo-creativo, infatti si attiva un pensiero mobile e flessibile, ricco di possibilità. Si forma dunque un contenitore emotivo-cognitivo (un senso di sé stabile e significativo), con dei contenuti (emozioni, sensazioni, intuizioni, pensieri, riflessioni), che sono vissuti, elaborati e come processo finale, condivisi.
Quello che capita adesso con la telefonia mobile, è che in qualsiasi momento l’altro è aggiornato di cosa stiamo facendo, dove stiamo andando, quali pensieri ed emozioni proviamo. Sembra un diario di bordo, non una comunicazione! Niente di ciò che si vive, viene tenuto dall’individuo, che risulta quindi un sacco vuoto. Da una parte si crea quest’angoscioso senso di vuoto e solitudine, dato dalla scarsa resistenza del contenitore e dall’assenza del contenuto. Dall’altra si alimenta l’assenza di controllo sugli impulsi, non siamo più abituati a far fronte alle varie situazioni da soli, cercando di raccogliere le idee e le risorse, ci si rivolge subito agli altri per avere soccorso di qualsiasi tipo. Non siamo mai soli con noi stessi!
Ecco che i genitori acquistano il cellulare ai figli entro gli 11 anni, talvolta già a 4, senza preoccuparsi della dannosità sullo sviluppo del suo sistema nervoso, su quello psichico, emotivo e relazionale. Il bambino esattamente come i suoi genitori, non può più farne a meno, serve per sentirsi al sicuro, serve per comunicare con i propri compagni, per fare nuove amicizie, per non sentirsi troppo soli quando si è soli, serve per spegnere il cervello, insieme a tutti gli altri mezzi tecnologici passivizzanti.
Un esempio clinico ci è fornito da Marco, 10 anni. Ogni volta che a scuola c’è qualcosa che non va, anche piccolissimi disguidi, entra in una crisi di pianto, apparentemente senza motivo e pensa subito di far telefonare ai genitori. Il disegno della “ famiglia incantata” di Marco inoltre, è assai esemplificativo. Il test consiste nel trasformare, disegnandolo su foglio, ogni componente della propria famiglia, in un oggetto. Il risultato della sua famiglia incantata, è stato: un padre disegnato come una banconota da 50 Euro, una madre come un televisore (con marca inclusa e citata) e lui stesso come play station. Come possiamo vedere, questo disegno parla da sé, il bambino si identifica con un mezzo tecnologico e artificiale, costituito da rappresentazioni sceniche, giochi eterei, qualcosa di poco solido e consistente, che si anima solo attraverso un’attivazione esterna. Una possibile ipotesi interpretativa sui legami, ci porta a pensare ad una relazione fra sé e il padre, consistente nella necessità del secondo (il denaro), per la presenza e arricchimento del primo (play station) e ad un legame indispensabile e inscindibile, di natura materiale, sussiste fra lui e la madre (la play station non funziona senza la TV). Non mi dilungo sugli aspetti emotivi e relazionali, ciò che mi sembra significativo è la scelta di questi oggetti tecnologici, come fonte di identificazione, che mette in evidenza la loro invadenza, nella nostra vita, nonché la staticità e povertà della vita interna di questo bambino, come di tanti altri suoi coetanei.
Una delle conseguenze più significative della dipendenza da cellulare, internet, PC, TV, risiede nell’espropriazione del proprio corpo. Sono mezzi che soddisfano un bisogno primario, ma in modo patologico, interrompendo il normale sviluppo evolutivo e isolando l’individuo dal proprio ambiente.
Addentrandoci più a fondo nei meandri della psiche umana, possiamo comprendere ancor di più quale necessità crea lo spazio d’ingresso, attraverso cui fa breccia questo strumento di comunicazione.
Come ci hanno ben insegnato S. Freud e autori a lui successivi quali A. Freud (1969), Winnicott (1968), Spitz (1989), A. Lowen (2003), ecc., il bambino vive, cresce e impara attraverso il corpo. All’inizio è quasi unicamente un corpo con i suoi bisogni (fame, sete, protezione, ecc.), che spingono per una soddisfazione immediata. Successivamente nel contatto con le persone fondamentali, si struttura una psiche, conscia e inconscia (il contenitore), si acquisisce un vissuto (contenuto), con relativo vocabolario emotivo, una modalità comportamentale, un’identità!
Alla nascita, tutta la sperimentazione avviene tramite il corpo e i suoi umori, che costituisce il filtro, il grande strumento di esplorazione, di scambio con l’ambiente. Prima fra tutte la bocca, che serve per piangere (insieme agli occhi), per sbadigliare, per emettere suoni, per sorridere, ecc., tutte condotte che rappresentano un grande fondamento di sopravvivenza, Bowlby li aveva chiamati organizzatori innati, ovvero condotte che richiamano l’attenzione degli adulti e quindi stimolano risposte necessarie per la sopravvivenza del neonato.
Ma ancora di più, il ruolo principale e primario della bocca è quello di succhiare, di mangiare dunque, prima in forma liquida attraverso il latte e dopo in forma semisolida e solida. La bocca quindi, rappresenta un grande mezzo di scambio, uno spazio che, con la sua apertura-chiusura fa entrare e uscire, opera una prima trasformazione e “aggressione” di ciò che entra (es. il cibo masticato), costituisce l’intermezzo fra l’individuo e il mondo, fra l’esterno e l’interno.
In questa parte del corpo inoltre, si gioca la relazione, la capacità di dare-ricevere, la fiducia, la disponibilità, l’abbondanza, la modalità d’amare, la capacità di dare “latte e miele”, principalmente attraverso la prima figura nutrice: la madre o chi ne fa le veci. E’ per questo motivo che S. Freud ha definito la bocca e le altre zone del corpo, “erogene”, perché sottoposte a stimolazione fisica, ma anche ad investimento emotivo-relazionale. Queste, sono cioè in grado di nutrire il corpo ma anche l’emotività e l’energia vitale, costituendo una grande fonte di piacere.
L’investimento primario e prevalente sulla zona orale, verso i 18 mesi circa, cede gradualmente il posto ad un’altra zona erogena, quella anale e via dicendo. Gradualmente le parti del corpo, non più preminenti, assumono valore secondario e simbolico. La bocca ad esempio, pur rimanendo la fonte di entrata del nutrimento, pur essendo ancora presente come mezzo d’espressione emotiva, per esempio attraverso il bacio, non assume più valore esclusivo nella relazione, come nelle fasi primarie.
Il ruolo principale svolto dalla bocca, come dalle altre parti, nelle fasi successive, trascende la materia stessa, per assumere un valore simbolico, attraverso la sublimazione degli impulsi biologici ed emotivi primari, che spingono all’utilizzo dell’organo (attraverso il mangiare, sgranocchiare, succhiare, fumare, bere, ecc.).
L’oralità simbolica si nutre di parole, di scambi concettuali, immaginativi, emotivi, ecc. Non a caso, questa oralità trova la sua massima espressione durante la latenza (5-10 anni), successiva alla risoluzione del complesso di Edipo, dove gli impulsi sono stati domati, a favore di una fervida attività intellettiva e creativa, grazie al lavoro di sublimazione. In questo caso, potremmo definirla “oralità secondaria”, perché è una sorta di ritorno, è successiva all’oralità primaria della nascita ed è sganciata dai bisogni corporei primari, ma ancora nutrita dal legame emotivo originario ricavato con la bocca, nella fase primaria. Nello stesso tempo si avvale delle capacità acquisite in quegli anni, quali il parlare, pensare, fantasticare, immaginare, ecc.
Da qui, comprendiamo il grande valore e piacere del raccontare, tramandare fiabe, storie, miti, ecc. In particolare dell’importanza per il bambino, di essere ancora nutrito oralmente, di un’oralità simbolica, del miele che alimenta, arricchisce la mente e il cuore, che accompagna nelle fasi più critiche. La fiaba infatti, costituisce uno dei modi più dolci e significativi di accompagnare il bambino nel sonno, per lui momento di grande angoscia. Si ricordi infatti che, il bambino non ha coscienza dell’imminenza del mondo, per lui il mondo è ancora incomprensibile, misterioso e per molti versi, subito passivamente.
La fiaba, come c’insegna Bruno Bettelheim, rappresenta lo strumento più importante, per superare i conflitti che angosciano l’esistenza del bambino, nei momenti cruciali dello sviluppo. Il loro simbolismo, articolato ed universale infatti, produce un adeguato processo di identificazione, con successiva spinta all’elaborazione e trasformazione, del conflitto stesso.
Negli ultimi decenni, si è anche compreso il valore delle fiabe, dei miti e delle storie, nella cura dell’infanzia e dell’età adulta. E’ stata sperimentata la sua utilità nell’inserimento scolastico di bambini difficili o con handicap (FavaVizziello, Bet, Sandonà), nel lavorare con la genitorialità (Marcoli, 19993, 1996, 1999) ed infine nella psicoterapia, individuale (Santagostino, Scheneider e Gross) e di coppia (Jellouschek).
Fino agli inizi del ‘900, il bisogno di trasmissione orale tanto socializzante e curativo, veniva ben compreso e applicato nelle famiglie allargate, dagli anziani del nucleo, ma anche dai raccontastorie presenti in ogni borgo e paese. Nulla veniva perduto, antenati, racconti, vicende, abitudini, persone, ecc.. Ne risulta una forte rassicurazione, si sapeva qual’erano i confini oltre i quali non andare, ciò che era lecito, ciò che non lo era, cosa spettava a ciascuno, quali erano le proprie mansioni, il significato di certi gesti, l’importanza di certi eventi, il valore delle ritualità dei giorni di lavoro e di quelli di festa, ecc. In questo clima, il bambino cresceva con gradualità, transitava da uno stadio all’altro attraverso importanti riti di passaggio (la prima confessione, le tappe scolastiche, la maggiore età, il primo lavoro, ecc.). Gli adulti avevano i mezzi e la capacità di vegliare sui piccoli, regolando queste importanti fasi.
Con l’avvento dell’industrializzazione, ma in particolare dei mezzi quali la TV e successivamente di computer, cellulari, ecc., gli adulti hanno perso la possibilità di far rispettare le tappe evolutive e i bambini hanno perso l’infanzia, diventando adulti anticipati. La TV infatti, non discrimina chi ha davanti, trasmette informazioni, notizie e immagini, introducendo nella vita del bambino, in modo immediato e prepotente, tutto un mondo adulto, carico di violenza, erotismo, cinismo.
Contemporaneamente, anche l’assetto familiare si è profondamente modificato, si è ridotto il numero dei suoi componenti interni, ritrovandosi in uno stato di nuclearità. Nello stesso tempo si è trasformato il rapporto di vicinato e del paese intero. I confini dei paesi si sono gradualmente estesi, si vive nell’anonimato e non ci sono più nonni o anziani saggi, che narrano storie e miti ai bambini e alla popolazione intera.
Proprio i nuovi mezzi tecnologici, ne hanno preso le veci. La TV è sicuramente un mezzo altamente rassicurante, non certo per il contenuto, ma per il narrare stesso. Il bambino riceve questo stimolo ogni volta che lo desidera, è sufficiente accendere un interruttore. Molti adulti stessi, accendono questo mezzo, durante gli impegni casalinghi. E’ rassicurante, perché la programmazione televisiva è sempre lì, è circolare e ripetitiva, come le storie, è un parlare continuo, suoni che riempiono le orecchie. Infatti, i cartoni animati e molte serial, presentano sempre la stessa realtà ripetitiva, non c’è cambiamento né linearità, ad ogni puntata tutto ricomincia da capo, con andamento circolare, con gli stessi comportamenti, gli stessi obiettivi, le stesse persone (pensiamo per esempio a Lupin III, a Mimì della pallavolo, ecc.) (D’Amato).
Il cellulare assume un’analoga funzione, soddisfa l’oralità secondaria, quella sublimata e simbolica. Per certi versi ancora di più della TV, perché è maneggevole, a portata di mano e di tasca, permette di controllare la comunicazione: si sente chi si vuole, quando si vuole, senza alcun tempo di attesa. Permette di ascoltare parole in qualunque momento, che rassicurino dall’angoscia di solitudine e separazione.
Oggi più che mai ci accompagna, grazie alla sua versatilità, che oltre a comunicare ci permette l’ascolto di musica, l’archiviazione fotografica di qualsiasi evento immortalato, la visione di filmati propri o presi da internet, l’intrattenimento offerto da giochi, ecc.
Il cellulare nutre profondamente ogni attimo vuoto, ogni incertezza, ogni silenzio, ogni momento di noia, nutre il bisogno di sentir narrare e il narrare stesso, secondo i propri tempi, i propri modi e i propri voleri.
Questa funzione, prima di tutti carpisce gli adulti, che esprimono questo forte bisogno di controllo verso i figli e le persone care. Tutto è a portata di mano, non c’è attesa, non c’è tempo di riflessione, non c’è angoscia.
Nei racconta storie però, la narrazione era seguita da momenti di stasi, pause e attese (più lunghe del narrare stesso), fondamentali per far proprie le narrazioni, per trovarvisi un senso individuale, una funzione autorassicurante, per instaurare una dinamica relazionale, fatta di domanda e risposta, di rimembramento, di considerazioni, di assenza e di desiderio.
Il cellulare invece, come tutti i mezzi di dipendenza, costituiscono un riempimento smodato, un tappa-angoscia, una mancanza di assenza e di riflessione. Si perde il potere di autoripiegamento su sé, di ripensamento, di ascolto, di vita stessa, di una vita in contatto con il corpo e le proprie emozioni. Proprio l’assenza, con l’attivazione delle funzioni riparative quali immaginazione, creatività, desiderio, produce uno spazio di crescita fondamentale, la possibilità di una fortificazione dell’identità, che si muove alla ricerca delle proprie risorse.
Di conseguenza, le relazioni stesse non possono costituirsi e crescere, in armonia con le fasi di vita e con le necessità emotive. Il cellulare infatti, impone una distanza fisica dall’altro, mancano tutta una serie di stimoli, quali quelli visivi, olfattivi, tattili, che completano la comunicazione, rendendola vibrante e viva. Per non parlare degli SMS, attraverso di essi si litiga, si discute, si corteggia, si comunica, si ama ……… Ma come può un’insieme di segni grafici, di parole troncate, mal articolate, sostituire tutto l’insieme di sensazioni, emozioni, pensieri, nati nell’attivo dell’interazione viva e reale? Certo che tutto ciò è assai più complesso da vivere e affrontare, nello stesso tempo è essenziale per la crescita e la pienezza della vita stessa. Se non si affronta la vita, non si fa parte della vita.
In questo isolamento vanno a mancare le competenze relazionali, che non hanno lo spazio di formazione e di crescita, aggravando ulteriormente il problema, si alimenta infatti insicurezza, instabilità, paura e scarsa fiducia in sé. Più si è insicuri, più è necessario avvalersi di “protesi” comunicative.
Qualcuno ha parlato di autismo digitale (Chicchiarelli). Su internet si va da soli e si è soli, anche se si chatta con qualcuno, così se si inviano SMS o si parla al cellulare, si continua ad essere da soli. Non è un dialogo ma un monologo, ciascuno coglie solo ciò che desidera, in base ai simboli e alle poche parole dette. Ciascuno si inventa il personaggio desiderato, senza mettersi necessariamente in gioco.
Sicuramente i genitori sono più tranquilli, perché i loro figli sono sempre rintracciabili telefonicamente e perché il computer e la TV li tiene a casa, lontani dai pericoli esterni. Ma chi li protegge da questi pericoli domestici? Che ne sarà della loro crescita? Come si può pensare che esprimere il proprio stato d’animo con un simbolo (c.d. emoticons), possa essere paragonabile al parlare e sentire, guardando l’altro negli occhi, con tutta la difficoltà, la vergogna e le paure, legate a quest’apertura del proprio mondo interno?
Il risultato di ciò è la crescita di individui insicuri, forgiati secondo modelli eterodiretti (dalla TV, pubblicità, internet, ecc.), in una cultura che alimenta e sostiene il narcisismo dell’immagine a discapito dell’essere. Si avranno individui apatici, asettici, autistici, privi di un vero contatto con sé e col proprio corpo. Il corpo per primo infatti, sottoposto a rimodellamento estetico, viene lasciato vegetare passivamente di fronte a questi mezzi di comunicazione, che lo tengono fuori dalla vita.
Manca il contatto vero con il proprio corpo, con i bisogni e le sensazioni, si è ucciso il desiderio che si alimenta di assenza e indefinitezza percettiva. In questa condizione, la dipendenza da oggetti esterni è inevitabile, non c’è tolleranza della frustrazione e i bisogni vengono immediatamente soddisfatti con oggetti, risposte sempre disponibili, comprate ovunque, in un’ottica dell’usa e getta.
I genitori stessi, che desiderano mantenere questo cordone con i figli, non favoriscono l’indipendenza e l’individuazione graduale (Mahler), ma mantengono la dipendenza emotiva e relazionale. Se non c’è autonomia dell’individuo, non può esserci possibilità di trovare delle risposte creative autonome, al disagio. Ci sarà sempre necessità di oggetti riempitivi: un SMS che fa sentire amati, una telefonata che fa illudere di non essere soli, una chat per fare amicizie, la TV per avere qualcuno che parla, il vestito alla moda per sentirsi “giusti”, ecc.
Il cellulare è un nuovo oggetto transizionale, come inteso da Winnicott, è rassicurante, sempre presente, attivo, lo si porta in qualunque contesto (scuola, casa, in giro, ecc.), lo si tiene acceso la notte, così non si perdono mai occasioni!
E’ impressionante come molti pazienti in fase di consulenza e psicoterapia, fatichino a spengerlo. Nonostante i servizi di telefonia che avvisano delle telefonate perse, c’è il forte timore di perderne, quasi costituisse una frattura irreparabile. Non si è più in grado di farne senza, di dedicarsi uno spazio completo, lontani dall’intrusione del mondo. Si esprime la forte angoscia ad ascoltare il vuoto e il silenzio del proprio contenitore.
Non c’è quindi da stupirsi, quando leggiamo di atti di bullismo, questo è la normale conseguenza di ciò che insegniamo ai nostri figli. Li cresciamo in un mondo che corre e che si occupa solo di prestazione, immagine, potere, vittoria. Nel bullismo c’è una guerra da pari a pari, fra il più debole e il più forte, esattamente ciò che viene ripetutamente espresso in film, pubblicità, cartoni animati, giochi. Essere diversi, provare emozioni, avere paura, viene assimilato a debolezza, una condizione umiliante e pericolosa, da combattere.
Ci si chiede il perchè, di tanta crudeltà inaudita. Per rispondersi, è sufficiente andare a guardare i giochi interattivi che si trovano on line, dove ci sono nemici da sconfiggere e trucidare, corpi da dilaniare, guerre religiose, mondi alternativi che permettono di vivere un’altra vita, costruita interamente secondo i propri bisogni. La vita del bambino e del ragazzo, sono piene di solitudine e di violenza. Essi trascorrono una buona parte della giornata a scuola, in condizione di apprendimento per lo più passivo, la restante parte si divide nelle ore di studio e di svago. Entrambe ancora passive, infatti ci si diverte per lo più, giocando al computer, alla play station, alla TV, messaggiando o telefonando.
Riprendere l’atto di bullismo e poterlo rivedere, magari mostrarlo a milioni di persone, accresce ulteriormente il senso di potere e di controllo su sé e sugli altri, come se mettesse al riparo da possibili momenti di disagio e solitudine.
Si crea così un’elevata dose di aggressività repressa, determinata dalla staticità stessa del corpo e dalla violenza subita attraverso lo schermo fagocitante, che si insinua nella mente e nel corpo, pronti ad esplodere al primo innesco. I coetanei ritenuti più deboli, sono sicuramente un ottimo modo per far uscire tutta questa aggressività, accrescendo il senso di potere e forza personale, altrimenti vacuo. Sconfiggere la debolezza altrui, fa illudere di poter sconfiggere la propria debolezza e desolazione.
Non a caso un’altra grande espressione di disagio, è rappresentata dal deficit dell’attenzione con disturbi dell’attività (ADHD), sempre più frequente nei nostri figli. E’ proprio questo corpo imprigionato, che esplode nella sua massima sfrenatezza e incontenibilità. L’agitazione psicomotoria, rappresenta una grande segno di angoscia, nello stesso tempo un meccanismo per trovare delle risposte, delle barriere, delle difese. Si muove all’impazzata, urtando contro tutti i confini fisici e psichici, testando la loro resistenza e richiamando l’attenzione, di chi dovrebbe tenerlo e contenerlo, in modo fermo e deciso.
Perchè stupirsi, che in loro manchi attenzione? L’attenzione, non è solo un atto di volontà, è un processo cognitivo articolato, strettamente connesso con l’emotività. Se non c’è il contenitore e la certezza di poter stare senza contenuto o senza operare un controllo sullo stesso, non può esserci stasi e ascolto, tanto meno attenzione. L’attenzione, è strettamente legata alla stabilità, all’identità, ma anche alla passione, al desiderio, al piacere di fare e di stare. Come abbiamo già visto, la presenza assidua di oggetti riempitivi, uccide queste qualità di vita. La soluzione dell’ADHD, continua ad essere un oggetto esterno, che riempie un’esigenza forte: gli psicofarmaci (Ritalin e Prozac, i più gettonati attualmente). Altri “oggetti”, da vendere e acquistare, a propria disposizione in ogni momento, da cui sviluppare una nuova dipendenza.
Molto spesso ci si dimentica che tutta la libertà e le possibilità fornite ai nostri figli, sono un’arma a doppio taglio, costituiscono senza dubbio una risorsa se supportate da un confine, da un contenitore, una guida d’uso, ma rappresentano fonte di distruzione, disagio, disorientamento, se mancanti del giusto rapporto delle cose. Se lasciati soli, i ragazzi non vedono cosa possa esserci di male nel videoriprendere sesso di gruppo, tanto più se si è tutti d’accordo!
Non dobbiamo sottovalutare il problema, la gravità di queste nuove dipendenze e cominciare a frenare l’abuso, regolando l’uso. Non si deve permettere che il cellulare o qualunque altro strumento, costituisca una protesi del proprio corpo, esso deve essere un mezzo di utilizzo e niente più. Gli adulti per primi devono riprendere un modo diverso di stare in relazione, riacquisire o acquisire la capacità dell’attesa, della frustrazione, senza ricorrere a facili riempimenti.
E’ importante dunque, ridare valore a quell’oralità secondaria tanto importante, mediata dalla relazione stessa, faccia a faccia, sguardo a sguardo, corpo a corpo. Riappropriarsi del gusto di ogni parola, recitata nel loro giusto tempo e spazio, accompagnata dal calore, dalle espressioni illuminati e allusive, di chi narra.
Non a caso, la psicoterapia utilizza il linguaggio come medium primario di cura, mirando a dare un nome, un significato, un luogo, un investimento al proprio mondo interno, strettamente connesso con il proprio corpo. La parola intercalata dal silenzio, diventa musica, scritta in uno spartito significante per la vita stessa. Al contenuto, si aggiunge la relazione, giocata in uno scambio continuo di rimandi verbali e corporei. Solo così l’oralità e i bisogni sottostanti, riprendono la loro funzione.
Per informazioni sulle "nuove dipendenze" potete consultare il sito web www.retenuovedipendenze.it
Bibliografia
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Lowen A. (2003) Il linguaggio del corpo. Milano, Feltrinelli.
Marcoli A. (1993) Il bambino nascosto. Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli. Milano, Oscar Mondatori.
Marcoli A. (1996) Il bambino arrabbiato. Favore per capire le rabbie infantili. Milano, Oscar Mondatori.
Marcoli A. (1999) Il bambino perduto e ritrovato. Favole per far la pace col bambino che siamo stati. Milano, Oscar Mondatori.
Mahler M., Pine F., Bergman A. (1978) La nascita psicologica del bambino. Torino, Bollati Boringhieri.
Santagostino P. (2004) Guarire con una fiaba. Usare l’immaginario per curarsi. Milano, Urra.
Spitz R.A. (1989) Il primo anno di vita. Studio psicoanalitico sullo sviluppo delle relazioni oggettuali. Roma, Armando Editore.
Schneider J.R., Gross B. (2006) Fiabe e costellazioni familiari. Immaginario e storie nella terapia sistemico-fenomenologica. Milano, Urra.
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Bibliografia web
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(http://www.consorzioparsifal.it/notizie.asp?id=1097)
D’Amato M. (gennaio 2006) Le trasmissioni per i ragazzi nelle TV pubbliche e private
(http://www.guardaingiro.it/stampa/argomenti/problema.pdf)
Ecplanet Redazione (giugno 2007) Cellulari e Bullismo (http://www.ecpalanet.com/canale/ecologia-6/elettrosmog-167/0/0/31430/it/ecplanet.rxdf)
Ribecco M. (dicembre 2007) Cellulari e minori. Eccesso o uso legittimo? (http://www.reportonline.it/article5868.html)
Santilli M. (dicembre 2005) La dipendenza da cellulare (http://www.osservatoriominori.org/art_santilli.pdf)
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titolo: Cellulare e oralità secondaria
autore: Sabrina Costantini
argomento: Psicologia delle Dipendenze
fonte: Rete Nuove Dipendenze Patologiche
data di pubblicazione: 17/03/2008
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