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Adozioni e coppie omosessuali
a cura di Alessandra Baglini
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| Buon giorno, avrei una domanda da porre in merito alla questione delle adozioni da parte di genitori omosessuali. Partendo dal presupposto che non ho nessun tipo di pregiudizio in merito e che a livello intuitivo sono favorevole in quanto ritengo che siano una relazione equilibrata tra i partner e la cura della relazione coi figli gli elementi essenziali e non tanto il genere dei genitori, vorrei avere dei chiarimenti da un punto di vista psicoanalitico per poter corroborare la mia opinione o eventualmente essere disposta a modificarla. Vi ringrazio moltissimo per la vostra disponibilità. |
Gentile Elisa, è difficile, per non dire impossibile, dare una risposta univoca alla sua domanda. Questo perché la già di per sé controversa e complicata questione “adozione e famiglie omosessuali” coinvolge necessariamente altre – e altrettanto controverse, e altrettanto complicate – problematiche. L’omosessualità è un disturbo psichico? È proprio così scontato che siano importanti solo “la relazione equilibrata tra i partner e la cura della relazione con i figli e non tanto il genere dei genitori”? E ammesso che crescere in una famiglia omosessuale non comporti danni psicologici, tali danni non verranno piuttosto dall’atteggiamento ostile della società nei confronti di quella famiglia? E cosa spinge le coppie omosessuali all’adozione? E il bambino adottato da una famiglia omosessuale dovrà affrontare processi mentali diversi dal bambino adottato da una famiglia eterosessuale? Ognuna di queste domande, oltre tutto, ha anche valenze ideologiche, politiche, etiche, quando non religiose, il che complica ulteriormente la questione: le varie tesi degli studiosi finiscono inevitabilmente ad essere interpretate ideologicamente quando non siano state proprio le varie ideologie politiche o religiose a fornire la base delle varie tesi. È forse opportuno rispondere alla sua domanda partendo dalla prima questione che dobbiamo porre come preliminare: l’omosessualità è una malattia?
1. La questione dell’omosessualità Solo recentemente l’omosessualità è stata cancellata dal DSM e dall’OMS dall’elenco delle malattie psichiche, cancellazione, lo ricordiamo, che è stata – e continua ad essere - criticata da determinati settori ideologici anche in campo medico.
Freud, se da una parte presupponeva un “esito eterosessuale” della sessualità, dall’altra non considerava l’omosessualità di per sé una nevrosi o un aspetto di una nevrosi e sottolineava anzi l’aspetto polimorfo della sessualità del bambino. La psicoanalisi attuale preferisce parlare di atteggiamenti sessuali, omo od etero, di scelte di oggetto che costruiscono un risultato evolutivo della persona; non mancano peraltro studiosi di area cattolica o comunque cristiana che affermano tuttora che l’omosessualità costituisce un disturbo, un “handicap psichico”, attribuendo alla sessualità degli omosessuali un carattere nevrotico, né mancano terapie – sulle quali esiste una ricca bibliografia - per “curare” l’omosessualità.
2. Di cosa ha bisogno un bambino? Lei sembra dare per scontato che un bambino abbia bisogno solo della cura e della relazione indipendentemente dal sesso di chi cura e relazione fornisce.
Non è che tale affermazione sia errata: solo che anche in questo caso non abbiamo risposte univoche; possiamo dire in primo luogo che per fare il genitore, bisogna prima “essere”: per poter dare risposte alle necessità del bambino. Un bambino ha bisogno di un ambiente psicoaffettivo che gli permetta lo strutturarsi della mente dal punto di vista intellettivo – cognitivo – razionale; il bambino deve trovare chi lenisce e contiene la sua sofferenza, fisica e psichica e, soprattutto, gli fornisca modelli identificatori e relazionali che gli permettano lo sviluppo della personalità anche dal punto di vista affettivo – sessuale.
Già Freud sottolineava come la personalità dell’individuo derivi dalle proprie pulsioni originarie ma anche dalla vita relazionale Anche Ferenczi ha sottolineato l’importanza delle relazioni primarie, mentre Melanie Klein incentrò le proprie teorie sul “mondo interno” del bambino, la cui vita psichica è dominata dall’attività fantasmatica, dal gioco delle fantasie inconsce e dalle difese connesse; il bambino, sin dai primissimi giorni di vita, si relaziona con l’esterno, con gli “oggetti esterni”, interiorizzandoli e costruendo su di essi tanto il proprio sistema interiore quanto il proprio sistema di relazioni. Anche Anna Freud sottolineò l’importanza della “esperienza reale” e dell’ambiente in cui il bambino cresce, sia pure in modo diverso (e polemico) dalla Klein.
Lo sviluppo sessuale del bambino dell’uno e dell’altro sesso è inestricabilmente connesso alle sue relazioni oggettuali e a tutti gli affetti che improntano sin dall’inizio il suo atteggiamento nei riguardi del padre e della madre. Bion (1973) propone la metafora della madre come contenitore che ha la funzione di accogliere le sensazioni del neonato e di assumere in sé le proiezioni emotive dei bisogni del bambino, attribuendo loro un significato, capacità che Bion denomina reverie materna.
È molto importante ricordare i compiti del padre partendo dalla consapevolezza che la sua funzione consiste nel promuovere e garantire il processo di “separazione dalla madre”.
Winnicott parla invece di “holding”, di ambiente facilitante, di “madre sufficientemente buona”; quello che il bambino crea, spiega Winnicott, dipende in larga misura da ciò che gli viene presentato da una madre che si adatta attivamente ai suoi bisogni.
La psicoanalisi è quindi attualmente più propensa ad attribuire importanza all’ambiente che circonda il bambino, sottolineando le possibilità patogene o deprivanti dell’ambiente familiare. Si ritiene che il bambino abbia bisogno di modelli identificatori e relazionali, ossia abbia bisogno di potersi confrontare sia con l’identico a sé, sia con il diverso da sé e di essere amato in quanto identico e in quanto diverso: il bambino amato dalla madre difficilmente sentirà il proprio essere maschio come una difesa dalla femminilità (o al contrario come una minaccia per la femminilità e quindi per la madre), la bambina amata dal padre non attribuirà un valore negativo alla propria femminilità. Ma occorre anche (e verrebbe da dire, soprattutto) che entrambi i genitori abbiano stima del proprio sesso e di sé stessi: un genitore che non ha questa doppia stima finirà inevitabilmente per trasmetterla al figlio; allo stesso modo è indispensabile per la sanità del bambino che egli non rappresenti la soluzione di conflitti irrisolti tra i genitori.
3. La genitorialità nella coppia eterosessuale ed omosessuale. Se di questo ha bisogno un bambino, la coppia omosessuale può fornirlo? Il discorso coinvolge in primo luogo le motivazioni di genitorialità in genere. Si può volere un figlio per sostituire un’altra persona o per compensarne la perdita, si ha in mente un bambino ideale che in realtà non esiste (per usare le parole della psicoterapeuta Silvia Veggetti Finzi si ha in mente un “fantasma” di bambino, un modello ideale al quale il bambino vero non potrà aderire con conseguenti delusioni e frustrazioni), la madre può volere più che un figlio, una gravidanza per dimostrare a sé stessa di potersi riprodurre; oppure la gravidanza permette di recuperare il rapporto con la propria madre.Specularmente, il padre può veicolarvi autostima, riconoscimento della propria sessualità e anche desideri di immortalità; entrambi i genitori possono cercare – narcisisticamente - un sostituto del proprio Sé o addirittura un alleato nei confronti del partner; oppure, molto più semplicemente, si può volere il figlio per amore verso il proprio partner.
Motivazioni non sempre lineari; l’arrivo di un bambino porta i componenti della coppia a fare i conti con i propri processi psichici e lo stesso arrivo del bambino deriva da un mondo relazionale complesso e ciò è tanto più vero quando il bambino sia adottato. Quanto sopra è vero anche per le coppie omosessuali che a tale quadro aggiungono l’elemento essenziale che le caratterizza, ossia la loro inevitabile sterilità biologica in quanto coppia; di per sé “la sterilità assoluta comporta una umiliazione del narcisismo individuale e della pretesa onnipotente di esistere per sempre” e in questo caso si ha una sterilità che non è tanto individuale (i due partner possono non essere sterili) quanto appunto di coppia: la sterilità in questo caso è una ferita inevitabile della coppia che finisce con il ripercuotersi sui singoli. Alla base del desiderio di genitorialità delle coppie omosessuali ci può quindi essere anche un elemento narcisistico la riparazione di questa ferita.
Si può volere quindi un figlio, “naturale” od adottato per motivi “giusti” o “sbagliati”, che permetteranno al bambino di crescere sano oppure di subire gli effetti delle aspettative dei genitori.
4. Il bambino nella coppia omosessuale Abbiamo visto come il bambino abbia bisogno di modelli identificatori e relazionali. Una coppia omosessuale può fornire tali modelli? La risposta non è, neanche a dirlo, univoca. Se una parte della psicoanalisi si lega ancora alla dicotomia maschile / femminile, ritenendola necessaria allo sviluppo del bambino, e collegandola anche alla distinzione classica dei ruoli e delle funzioni maschili / femminili, un’altra tesi invece ritiene superabile tale dicotomia: non solo perché in una coppia possiamo avere una madre “autorevole” e un padre “tenero”, ma anche perché i ruoli potrebbero dividersi all’interno della coppia in maniera spontanea e soprattutto non fissa, nel senso che ognuno dei genitori può ricoprire il ruolo dell’altro o entrambi, a seconda delle necessità del bambino, sempre tendendo presente il rischio della cosiddetta “indifferenziazione”.
Ma se la distinzione maschile / femminile viene superata a livello di distinzione di ruoli pure non si può agevolmente superare la necessità per il bambino di un rapporto con l’identico a sé / diverso da sé.
Se una coppia omosessuale può agevolmente fornire i ruoli – le funzioni - paterni e materni non può fornire, nel proprio interno, quel rapporto con il diverso e l’identico biologici che appare necessario al bambino per costruire la propria identità; d’altra parte non è affatto indispensabile che la figura di riferimento identica / diversa sia presente nell’ambito della coppia, ma semmai che essa sia presente stabilmente nella vita del bambino.
Neanche quest’ultimo assunto, va detto, è incontestato ritenendo alcuni autori che il bambino possa comunque riferirsi al proprio mondo interno o che il bambino non debba riferirsi ad una differenza di sesso ma ad una differenza di funzioni, funzioni che possono essere svolte anche da individui dello stesso sesso.
Inoltre, è da tenere presente che tanto la famiglia omosessuale che l’eterosessuale hanno un elemento comune ossia che all’interno di essa si sviluppa un intreccio di “strutture fantasmatiche individuali, sopraindividuali e intersoggettive” che attengono al rapporto tra i singoli individui e il gruppo: la famiglia può a seconda di questi intrecci e del loro rapporto con l’esterno generare amore o diffondere odio, contenere il dolore o produrre angoscia.
Bisogna considerare, oltre tutto, che comunque l’istituto familiare sta radicalmente cambiando: le tecniche di fecondazione stanno creando una procreazione diserotizzata, una riproduzione sganciata dal sesso ed è già teorizzabile una procreazione sganciata da qualsiasi rapporto con il diverso da sé, tramite clonazione. La realtà sociale ci offre modelli diversi di famiglie e quella omosessuale è solo una delle famiglie possibili: abbiamo fatto diversi riferimenti all’elemento biologico della diversità necessario al bambino; ma il sistema della fecondazione, soprattutto eterologa e la possibilità della clonazione, dissolvono proprio l’esclusivo rapporto biologico con i genitori, il bambino è frutto di un’altra fonte di vita diversa dal rapporto sessuale tra i genitori. La famiglia omosessuale potrà forse dimostrare che è necessaria per il benessere del bambino una duplicità di funzioni e non di sessi. Non è detto che l’esistente, l’istituzionalizzato, sia sempre naturale e giusto, e ciò che si sta sviluppando sia innaturale e sbagliato.
5. Gli studi scientifici Non esistono, va precisato preliminarmente, studi scientifici non controversi o anche solo comunemente accettati, sul rapporto figli / coppie omosessuali.
In primo luogo, perché il fenomeno è recente, anche perché è recente, per motivi essenzialmente sociali, la possibilità per gli omosessuali di formare coppie stabili socialmente accettate; in secondo luogo, le ideologie politiche, etiche e religiose finiscono per influenzare le letture degli studi, quando non gli studi stessi (una pur sommaria ricerca in internet – ad esempio partendo dai link contenuti nelle voci “omogenitorialità” e “adozione da parte delle coppie omosessuali” sulla enciclopedia on line Wikipedia citate in bibliografia - le permetterà di verificare il muro contro muro non tanto tra gli studiosi ma tra coloro che utilizzano politicamente tali studi).
È infatti vero che secondo una serie di studi, non vi sarebbero sostanziali differenze tra famiglie eterosessuali ed omosessuali; e tuttavia gli studiosi di area cattolica o protestante negano il valore di questi studi, affermandone il carattere limitato, non scientifico, ideologicamente orientato e comunque non probante, producendo altresì altri studi che dimostrerebbero l’innaturalità della condizione omosessuale nonché i pericoli, potenziali e reali, che un bambino può correre in una famiglia omosessuale.
Ovviamente anche tali studi sono accusati di essere limitati, non scientifici e derivanti da precisi pregiudizi: il dibattito scientifico, ma più che altro ideologico, quindi prosegue, anche se essenzialmente nel mondo anglosassone; poche invece le ricerche italiane (fra queste: Daniela Danna, Io ho una bella figlia – Le madri lesbiche raccontano, Zoe Edizioni, 1998) che peraltro non sfuggono al fuoco incrociato di accuse e contraccuse.
Unici punti fermi possono essere considerate le prese di posizione ufficiali di alcuni istituti scientifici americani:
- l’American Academy of Pediatrics si è espressa a favore di una equiparazione tra coppie omosessuali ed eterosessuali in quanto esiste una “notevole letteratura scientifica secondo cui i bambini con genitori omosessuali hanno le medesime aspettative e i medesimi vantaggi dei bambini con genitori eterosessuali”;
- l’American Psychiatric Association ha espresso la medesima posizione in quanto “numerosi studi degli ultimi trent’anni dimostrano che i bambini cresciuti da coppie omosessuali hanno lo stesso livello di funzionamento emozionale, cognitivo, sociale e sessuale dei bambini cresciuti da genitori eterosessuali”. L’ottimale sviluppo dei bambini non dipende, ha deliberato l’associazione dall’orientamento sessuale dei genitori ma dalla stabile unione con gli adulti che si sono impegnati ad allevarli. Le stesse ricerche dimostrano che i bambini con due genitori stanno meglio dei bambini con un solo genitore, indipendentemente dall’orientamento sessuale dei genitori;
- l’American Psychological Association ha approvato una risoluzione a favore dell’adozione da parte di coppie omosessuali in quanto le ricerche hanno dimostrato che “il benessere dei bambini non è collegato all’orientamento sessuale dei genitori”.
Ovviamente la dizione “punti fermi” deve tenere conto delle critiche violente contro queste deliberazioni e contro gli studi che le hanno originate da parte degli studiosi e delle associazioni di area cattolico / protestante.
In conclusione, cara Elisa, non posso darle una risposta precisa: l’istituto della famiglia sta cambiando, stanno saltando o si stanno allentando tutti i tradizionali schemi della famiglia, della sessualità, della maternità e della nascita e noi siamo nel mezzo del cambiamento; come ho già detto, il dibattito è aperto.
6. Bibliografia di riferimento
AA. VV. (a cura di Marina Farti e Alessandrqa Simonetto), Essere per fare, Bollati Borlinghieri, 2004.
AA.VV., Psicoanalisi – Teoria, clinica, ricerca, Raffaello Cortina Editore, 2006.
Gerard J. M. Van Den Ardweg, Un motivato no al matrimonio omosessuale, in www.barby25.com sito di impostazione cattolica.
Jessiva Benjamin, Soggetti d’amore, Raffaello Cortina Editore, 1996.
Mariella Ceccotti, Procreazione medicalmente assistita, Armando Editore, 2004.
Gilda De Simone, Le famiglie di Edipo, Borla, 2002;
Aqulino Polaino – Lorente “Matrimonio” di omosessuali in www.difenderelavita.totustuus.it sito di impostazione cattolica.
Silvia Veggetti Finzi, Volere un figlio, Mondadori, 1997.
Wikipedia, enciclopedia libera on line, voce Adozione da parte di coppie dello stesso sesso (la voce contiene alcuni esempi di dibattito nonché bibliografia ulteriore anche in riferimento agli studi scientifici e link di approfondimento);
Wikipedia, enciclopedia libera on line, voce Omogenitorialità (anche questa voce contiene alcuni esempi di dibattito nonché bibliografia ulteriore anche in riferimento agli studi scientifici e link di approfondimento). |
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titolo: Adozioni e coppie omosessuali
autore: Alessandra Baglini
richiedente: Elisa, 25 anni
data di pubblicazione: 21/02/2007
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