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 Come funzionano i farmaci contro l'ansia?
 a cura di Paolo Migone
Domanda
Mia madre fa uso di Control 2,5 da più di 20 anni. Tale psicofarmaco le è stato prescritto da uno psichiatra al quale si era rivolta in passato. Ho appurato ed ho visto che non ha mai superato le dosi consigliate, ma ciò che mi preoccupa sono i possibili effetti collaterali che si possono verificare dopo un uso così prolungato e a sentire lei indispensabile. Ha provato ancora a cambiare tipo di farmaco, ma gli effetti non erano al pari di quelli che ha ora. Mia madre vive bene grazie a questa terapia, e la segue costantemente. Se smette tale uso si verificano sintomi quali svenimenti, capogiri, crisi di pianto ecc. Tali sintomi avvengono anche in occasione di controversie o litigi in famiglia, ma solo sporadicamente.
Risposta
Il Control è il nome commerciale di un farmaco chiamato Lorazepam, appartenente alle classe delle benziodiazepine, cioè dei farmaci cosiddetti "ansiolitici", utilizzati per combattere l'ansia. Il Lorazepam, di cui esistono due dosaggi, da 1 e da 2,5 milligrammi, viene commercializzato anche da altre case farmaceutiche con nomi diversi, ad esempio Tavor, Lorans, Quait. I farmaci ansiolitici agiscono subito, cioè poco dopo che vengono ingeriti (mentre altri farmaci, come ad esempio gli antidepressivi, agiscono dopo vari giorni), producendo diminuzione dell'ansia e rilassatezza, e a dosi più elevate sonnolenza (questo è il motivo per cui vengono utilizzati anche come "sonniferi", oltre che come anti-ansia, tenendo conto del fatto che certe difficoltà di addormentamento sono dovute all'ansia).

Esistono in commercio moltissimi farmaci ansiolitici, almeno una cinquantina, con effetti praticamente equivalenti; una reale differenza è dovuta alla durata di azione, cioè al tempo che passa prima che vengano eliminati. Il termine che viene usato per indicare la durata di azione è "emivita" (che significa "metà vita"), cioè il tempo di dimezzamento - a parità di dosaggio - del loro livello nel sangue prima che vengano metabolizzati dal fegato. Il Lorazepam ha una emivita di circa 8 ore, mentre alcune benzodiazepine hanno una emivita brevissima, di poche ore, e altre (ad esempio il Diazepam, commercializzato con vari prodotti dei quali il più noto è il Valium) molto più lunga, di un paio di giorni (il che provoca, se presi ogni giorno, il pericoloso fenomeno dell'accumulo, cioè un livello sempre crescente nel sangue). Il motivo per cui alcune benzodiazepine hanno una emivita minore spesso è dovuto al fatto che non sono altro che prodotti di metabolizzazione di altre molecole, nel senso che alcune molecole, una volta ingerite, si decompongono in altre molecole. Certe case farmaceutiche hanno provato a commercializzare questi metaboliti, che ovviamente hanno durata minore (l'assunzione di una benzodiazepina ad emivita lunga significa quindi, in un certo senso, l'assunzione contemporanea di altre farmaci a emivita minore). La spinta alla commercializzazione e alla vendita di questi farmaci, cioè la possibilità di guadagno delle case farmaceutiche, è il fattore maggiormente responsabile dell'alto numero di questi prodotti sul mercato, con nomi diversi ed effetti simili ma pubblicizzati in modi più o meni differenti.

Fatta questa premessa, passiamo ora a una delle caratteristiche più importanti delle benzodiazepine: quella di creare assuefazione. Dopo un po' di tempo che vengono usate regolarmente, il paziente non può più facilmente farne a meno. Se smette prova i sintomi della cosiddetta "crisi di astinenza", cioè un tipo di sofferenza fisica e psicologica caratteristica (aumento di ansia, tensione, insonnia, emicrania, irrequietezza, ecc.; in alcuni casi di interruzione brusca si può arrivare anche alla crisi epilettica). Ecco perché molti pazienti continuano ad usarle: nonostante ogni medico dovrebbe sapere che le benzodiazepine devono essere utilizzate solo in momenti particolari della vita, durante periodi limitati di stress, per alcune settimane al massimo, tanti medici le prescrivono in modo irresponsabile, senza neanche spiegare al paziente che esse provocano assuefazione, magari per liquidare in fretta un paziente e il problema che lui porta, per illudersi di risolvere rapidamente un caso e passare al prossimo paziente in attesa nella sala d'aspetto, per giustificare la parcella e mandare via il paziente con in mano qualcosa di tangibile (la ricetta) che lo rassicuri sul fatto che il suo problema "medico" è stato risolto, e così via. La realtà invece è che comportamenti di questo tipo non sono altro che "malpractice", cioè cattiva pratica medica. Non a caso in certi paesi (ad esempio negli Stati Uniti) sono state fatte grosse campagne di sensibilizzazione contro l'uso indiscriminato di farmaci ansiolitici, tenendo conto anche che vengono spesso assunti per i disturbi più svariati, a volte per una apparente depressione (mentre non agiscono su di essa, anzi, a volte possono farla peggiorare), per l'attacco di panico (mentre è noto che non agiscono su di esso), inoltre moltiplicano l'effetto dell'alcool con conseguenze facilmente immaginabili, e così via.

Dato che dopo un po' di tempo il paziente che assume ansiolitici si abitua ad essi e non sente più l'effetto, di fatto l'assumerli equivale al non assumerli, con la differenza che nel corso di tutti gli anni di assunzione molto denaro passa dalle tasche dei pazienti alle tasche delle case farmaceutiche. Ovviamente se il paziente cerca di interromperne l'uso sta male (in questo senso "hanno un effetto"), ma, come tutti sanno, basta che egli ne diminuisca l'uso molto gradatamente, ad esempio sottraendone una piccola quantità alla settimana (una piccola frazione di compressa, o una goccia se la confezione è solubile), e in poco tempo ne eliminerà l'uso senza neanche accorgersene.

Ecco dunque cosa consiglio a chi assume benzodiazepine da anni: provare a disassuefarsi, molto lentamente, e con tutta probabilità dopo alcuni mesi starà come prima, con la differenza che non prenderà più quel farmaco (e con tanto di guadagnato per il fegato che non dovrà più metabolizzarli). Infatti, a rigor di logica, se ne avesse ancora bisogno dovrebbe aumentarne la dose continuamente (dato che c'è l'assuefazione, e di fatto certi pazienti ne aumentano la dose); mentre invece se un paziente prende la stessa dose uguale da anni, con tutta probabilità significa che non ne ha più bisogno.

Ma non dobbiamo dimenticare che esiste anche l'effetto placebo, e sarebbe ingenuo trascurarlo: il paziente si dichiarerà insoddisfatto, lamenterà la mancanza della pillola per il suo potente significato simbolico, "psicologico" e non "biologico". Infiniti studi hanno dimostrato che, soprattutto in psichiatra, l'effetto placebo è potentissimo, a volte simile a quello dei farmaci più efficaci che abbiamo. Molti studi ad esempio hanno dimostrato che se sostituiamo il solito sonnifero serale con uno zuccherino, o con una pillola esattamente identica ma costituita da una sostanza inerte (il placebo, appunto, che può essere somministrato a "singolo cieco", cioè senza che il paziente lo sappia, o ancor meglio a "doppio cieco", cioè anche senza che lo sperimentatore lo sappia), il paziente può addormentarsi subito come un sasso, dimostrando in questo modo che l'effetto del placebo è addirittura maggiore di quello del farmaco. Ma se informiamo il paziente che quella pillola è un placebo, può non addormentarsi affatto. Bisogna fare quindi un certo lavoro preparatorio, psicoterapeutico in senso lato, per rassicurare il paziente e convincerlo a interrompere un farmaco: bisogna informarlo approfonditamente sugli effetti del farmaco che prende, insomma educarlo (anche con quella che viene chiamata "psicoeducazione"), e poi bisogna fare vari tentativi con molta pazienza. Ad esempio, per saggiare l'effetto placebo, una idea può essere quella di sostituire il farmaco con una altro prodotto identico ma di diverso nome (ad esempio il Control può essere sostituito col Tavor, il Lorans o il Quait,), e vedere come reagisce il paziente: dato che l'effetto farmacologico è identico, il paziente dovrebbe reagire nello stesso modo, mentre vediamo che certi pazienti rispondono ugualmente solo se il farmaco ha il nome che conoscono (anche se, a livello conscio, sanno che sono identici!).

Infine, può essere molto utile consigliare una psicoterapia, così si affrontano più in generale i vari problemi che può avere il paziente. Può solo fargli bene parlare approfonditamente con uno psicoterapeuta dei problemi che lo affliggono, delle sue preoccupazioni, dei suoi drammi esistenziali: a volte bastano alcuni colloqui per vedere le cose in una prospettiva molto diversa, e di conseguenza modificare il livello di ansia o lo stato dell'umore.

Se hai bisogno di chiarimenti o di altre informazioni, non esitare a contattarmi pure.
Risponde
Paolo Migone, Psichiatra, Psicoterapeuta, Condirettore della rivista "Psicoterapia e Scienze Umane"

titolo: Come funzionano i farmaci contro l'ansia?
autore: Paolo Migone
richiedente: Denis, 24 anni
data di pubblicazione: 06/11/2001

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