|
|
 |
E se cambiassi analista?
a cura di Paolo Migone
|
 |
| Sono uno psicologo in analisi da un anno con un'analista della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) con frequenza trisettimanale. Questo per motivi personali e anche per la mia formazione professionale. Da un po' di tempo sento il desiderio di cambiare analista e andare da uno junghiano. Non credo che questo dipenda da una difficoltà di relazione o dalla paura di approfondire il "discorso"... ma forse é così. Vorrei sapere se cambiare analista é necessariamente una scelta negativa o può rappresentare una scelta creativa e di cambiamento. In fondo anche la SPI e l'AIPA (Associazione Italiana di Psicologia Analitica) fanno cambiare ai propri allievi il proprio analista con un didatta della scuola. |
Caro Luca, la tua domanda va affrontata allo stesso modo con cui si affronta qualunque problema in analisi (e, si può dire, nella vita in generale), cioè va "analizzata", bisogna rifletterci su un po'. Ritengo che tu faccia bene quindi a chiedere un consiglio, perché può essere una opportunità per pensarci su meglio prima di prendere una decisione così importante. Cambiare analista può essere una scelta giustissima come pure sbagliatissima, dipende dai criteri usati per definire giusta o sbagliata una cosa. Se per esempio ti accorgi che il tuo analista non è "bravo" o non adatto per te, dovresti cambiarlo, e sappiamo bene quanto questa scelta sia difficile, quanto tempo occorra per convincersi che è giusto fare questo passo. Certi analisti, unanimemente riconosciuti come "bravi", non sono bravi con certi pazienti, mentre analisti da molti ritenuti "poco bravi" riescono ad aiutare bene altri pazienti, cioè esiste quello che viene chiamato "incastro" o accoppiamento (match) analista-paziente. Inoltre è noto che non necessariamente gli analisti delle società psicoanalitiche, anche di quelle prestigiose, sono più bravi degli analisti indipendenti o appartenenti ad altre associazioni: per vari motivi, esistono professionisti bravi e non bravi in tutti gli ambienti, e questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti. Come ben sai, l'analista è un figura autorevole, con un ruolo transferale per il paziente, per cui occorre molta sicurezza di sé e molto tempo (a volte vari mesi o più) prima di convincersi che, ad esempio, "abbiamo ragione noi e non lui", e a volte può succedere che rimarremo con un filo di dubbio per tutta la vita.
Fatte queste premesse, la prima cosa da fare è quella di parlare a fondo col tuo stesso analista di tutti i dubbi che tu puoi avere nei suoi confronti o del tuo desiderio di provare con un altro. Può accadere che l'analisi di questa problematica produca per te risultati di estremo interesse, ti possa per esempio convincere che il tuo era un tentativo di fuga da qualcosa. E, curiosamente, pare che tu alluda proprio a questa possibilità, quando dici: "Non credo che questo [ il desiderio di cambiare analista ] dipenda da una difficoltà di relazione o dalla paura di approfondire il 'discorso'... ma forse é così". Oppure il tuo desiderio è legato a qualche fantasia (ad esempio tu dici che ti piacerebbe un analista junghiano, e chissà quante cose vi sono dietro, ma sarebbe troppo lungo parlarne qui). Già questo tuo dubbio fa supporre che non sei pronto a cambiare analista, nel senso che dovresti cambiarlo quando ti sei chiarito al riguardo. Ma il primo passo, come dicevo, è parlarne a fondo col tuo analista, e lui deve essere capace di rassicurarti, di analizzare i possibili dubbi e significati latenti. Se non ne te la senti di parlarne con lui, ciò può significare che hai già perso la fiducia, e allora sei in un impasse: se hai perso la fiducia, perché continui ad andare da una persona di cui non ti fidi? Forse non ha perso la fiducia del tutto. Allora devi continuare fintanto che non arrivi a chiarirti, non hai altra scelta (puoi scoprire che la tua sfiducia è essa stessa un dato transferale, per cui sarebbe un enorme errore "prenderla per vera" e non come materiale di analisi).
Se ad un certo punto arrivi alla decisione di cambiare analista, anche contro il suo parere, come si fa a sapere "chi dei due ha ragione"? Ma, se è per questo, come si fa a sapere chi ha ragione in altre importanti scelte o situazioni della vita? Pensa a disaccordi con familiari o amici, a separazioni coniugali, ecc.: in tutti questi casi può accadere che si rimanga di opinione diversa, ma non è questo il problema, perché ciò è scontato. Quello che è interessante è il margine di dubbio che uno può avere, è questo quello che va valorizzato, analizzato. Infatti, se una persona è sicura delle sue scelte - giuste o sbagliate che siano - in genere non ne vuole discutere più di tanto. Casomai, se sente il bisogno di parlarne spesso con gli altri, potremmo fare l'ipotesi che sia in un atteggiamento difensivo, che abbia cioè bisogno di aurtorassicurarsi continuamente, perché appunto teme (o inconsciamente sa) di aver fatto la scelta sbagliata. Naturalmente può essere anche vero che non ne parli mai per una massiccia difesa. Come vedi, è ben difficile una validazione di una nostra ipotesi psicodinamica, ma vi sono vari metodi indiretti per procedere verso un maggiore chiarimento, di cui sarebbe lungo parlarne qui, sono i metodi comunque che si usano in analisi.
Tu fai anche una domanda interessante: "Cambiare analista é necessariamente una scelta negativa o può rappresentare una scelta creativa e di cambiamento"? Posta la domanda in questi termini, sceglierei sicuramente la seconda alternativa, cioè non è affatto vero che cambiare analista sia "necessariamente" una scelta negativa, anzi, può rappresentare una scelta creativa e intelligente. Ma questo non tanto perché, come tu dici, certe scuole psicoanalitiche "fanno cambiare ai propri allievi il proprio analista con un didatta della scuola". Anzi, a mio parere questa regola che tu citi è molto criticabile se applicata indiscriminatamente: in questo modo possono essere interrotte analisi personali utili e significative, facendo violenza al paziente, al solo scopo di iniziare il training. Senza contare che, coerentemente con gli insegnamenti di Freud, a rigore non esiste una cosa chiamata "analisi didattica", esiste solo l'analisi personale, nel senso che se una analisi ha uno scopo a priori (la didattica, appunto) non è una analisi. La questione della cosiddetta analisi didattica è un problema spinoso per gli istituti psicoanalitici, dibattuto in più occasioni e in varie sedi, e continuamente si cerca di proporre soluzioni accettabili per ovviare almeno a qualcuno degli inconvenienti che essa crea. Pensa solo ai possibili impliciti ricatti al candidato, che deve per forza "procedere bene nella sua analisi" - per certi versi "curare la sua anima" - per poter continuare il curriculum formativo, facendo assomigliare in questo modo la scuola psicoanalitica ad una sorta di formazione religiosa; oppure pensa ai grossi privilegi legati alla casta dei didatti; e così via.
Tanto per farti un esempio, in certi istituti psicoanalitici americani (io ho compiuto il mio training psicoanalitico negli Stati Uniti) vigeva la triste regola non detta delle "due analisi: la prima per l'istituto, la seconda per te", nel senso che la prima analisi, ad alto rischio di falsificazione, era quella che facevi con il didatta dell'istituto, che ti avevano assegnato o che eri stato costretto a scegliere tra la ristretta rosa dei didatti, mentre la seconda era quella che finalmente ti potevi concedere dopo che eri diplomato in psicoanalisi, in cui veramente credevi, con un analista bravo che ti sceglievi da solo, privatamente, fuori dall'istituto. Durante il training vi era l'ansia di diplomarsi senza intoppi, al più presto, e l'analista doveva dare il suo placet al consiglio di istituto. Molti candidati avevano fretta di finire il training per poter iniziare a guadagnare, magari avevano già famiglia e dovevano pagare il mutuo della casa in New Jersey, e su queste cose non si poteva scherzare. La vera analisi, quella in cui credevano e con un analista di cui si fidavano veramente, se la facevano dopo, per conto loro, senza che nessuno ci mettesse il naso. Pensa a che livello di distorsione certi sistemi di training hanno portato! E pensa a quali sofferenze venivano procurate a certi candidati. Se ti interessa leggere un bell'articolo su alcune di queste distorsioni del training psicoanalitico, leggi l'articolo di Otto Kernberg, past-president dell'International Psychonalytic Association (l'IPA, a cui la SPI che tu citi è affiliata), intitolato "Trenta metodi per distruggere la creatività degli allievi degli istituti di psicoanalisi", al sito Internet http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/kernberg-1.htm (nella introduzione a quell'articolo, scritta da me, trovi anche i riferimenti di altri interessanti lavori sul problema del training - vedi anche la più recente relazione ufficiale di Kernberg del 2001 dal titolo "Alcuni pensieri sulle innovazioni nella formazione psicoanalitica", in Psicoterapia e Scienze Umane, 2003, XXXVII, 2: 35-49).
Ma per tornare alla tua domanda iniziale, ripeto, può essere molto bello cambiare analista, fare un'esperienza con un'altra persona. E il tuo analista può essere molto d'accordo, perché ti può arricchire. Tanti analisti hanno fatto più di una analisi, c'è chi è rimasto in analisi, con analisti diversi, per decenni della propria vita, arricchendosi enormemente, anche a livello teorico. Non mi va di farti dei nomi, ma conosco analisti estremamente noti e bravi che hanno fatto delle tranche di analisi anche ad ottant'anni. Sono state persone curiose, coraggiose, autentiche, sempre disposte ad affrontare i problemi seriamente e a mettersi in discussione a fondo, come persone, con colleghi anche molto più giovani di loro. Però, come ti dicevo prima, la difficoltà sta nel capire di volta in volta se è difensivo cambiare analista oppure se è difensivo non cambiarlo, e qui sta il bello (o il brutto, a seconda dei punti di vista) del nostro ruolo di terapeuti e di pazienti.
Non so e le mie riflessioni ti possono essere servite. Per ogni eventuale altro chiarimento, non esitare a contattarmi. |
| Paolo Migone, Psichiatra, Psicoterapeuta, Condirettore della rivista "Psicoterapia e Scienze Umane" |
|
 |
titolo: E se cambiassi analista?
autore: Paolo Migone
richiedente: Luca, anni
data di pubblicazione: 01/12/2001
|